Vivere in terra afro: Krizia, Zanzibar e voglia di vita

Sognavo da tempo di poter parlare di Africa poi, grazie a Instagram , ho conosciuto Cristina.

Krizia é una donna che ha cambiato completamente la sua vita e ha deciso che dal suo primo viaggio in terra afro, non si sarebbe più fermata. Le sue esperienze e testimonianze sono ciò che lei vive, vede e si identifica da quando ha deciso di lasciare l’Italia . é pura energia e spensieratezza; mostra una Zanzibar senza filtri e da ogni sua storia traspare l’amore che prova nei confronti di questa terra. Oggi ci racconterà della sua scelta di vita.

Sono Cristina, meglio conosciuta come Krizia e vivo con la mia famiglia italo masai a Zanzibar, tra palme e oceano Indiano. Il destino mi ha portata qui nel 2014 e dopo essermi perdutamente innamorata di questa terra e di un guerriero masai (quello che è ancora il mio attuale compagno) ho deciso di stravolgere la mia vita, mollando tutto in Italia per inseguire un sogno e l’amore dall’altra parte del mondo.

Dal 2014 l’espatrio in terra afro. Chi era la Krizia che viveva in Italia e chi é la donna di oggi? Cosa ti ha spinto a cambiare completamente vita?

Prima di scoprire questa terra ed insieme a lei me stessa, ero una persona completamente diversa che aveva perso la sua bussola e vagava alla ricerca perenne di se’ e di una felicità che non arrivava mai. Forse perché la cercavo nei luoghi sbagliati. Poi nel 2014 il viaggio che mi ha cambiato la vita. Qui ho scoperto una realtà completamente diversa, più vera, autentica, essenziale. Da quel giorno qualcosa in me è cambiato e mi ha guidata verso nuove consapevolezze e nuove prospettive nei confronti della vita. Ho smesso di cercare e mi sono ritrovata. Negli occhi della gente, nella bellezza di questa terra, nei suoi sapori, profumi. Per la prima volta ho avuto la sensazione di essere veramente a casa. In pochi mesi ho mollato un lavoro a tempo indeterminato, una casa da poco comprata (con un mutuo) ed un compagno per volare dall’altra parte del mondo senza nessuna certezza ma con tanta voglia di ricominciare da me.

Convivente con un ragazzo Maasai. Quando e come ti sei sentita far parte delle tradizioni e costumi delle tribù Masai? Cosa ami di questa cultura e quali sono gli aspetti ( se ce ne sono) che non accetti?

Faccio parte di questa grande famiglia da 8 anni ormai, imparando a conoscerne cultura e tradizioni poco alla volta. Arrivai nella savana per la prima volta senza nessuna aspettativa ed in preda ad un turbine di emozioni. Il viaggio per arrivare è infinito: 2 ore di traghetto per la Tanzania. 7 ore di bus e una di moto. Nel cuore pulsante della savana. Quello ancora vero, selvaggio, dove il turismo e l’uomo bianco non sono ancora arrivati. Il boma masai della famiglia del mio compagno è molto grande, un piccolo villaggio popolato dalle tante mogli di mio suocero, i suoi figli e a sua volta i figli dei figli. Per tradizione le donne una volta sposate vanno a vivere nel boma del marito quindi negli anni nuove donne arrivano ed altre se ne vanno. Ad esempio io non ho mai conosciuto le sorelle di mio compagno perché vivono in villaggi molto lontani mentre i fratelli con mogli e nipoti sono tutti lì all’interno del boma di mia suocera.

La vita nella savana scorre pacifica e lenta scandita dai ritmi della natura, infatti non essendoci elettricità ci si sveglia all’alba con il sole e si va a dormire molto presto, dopo la cena. Il buio scende presto sulla savana e si cucina sul fuoco con una torcia. Si mangia immersi nell’oscurità, in cerchio intorno ad un’unica ciotola di Ugali, una polenta bianca (piatto principale della dieta masai) che si mangia con le mani intingendola in una ciotola di sugo di pomodoro, spinaci, fagioli o patate. Oppure semplicemente si accompagna con una tazza di latte freschissimo appena munto. Perché i masai sono prima di tutto pastori, e allevano capre, mucche e pecore. E al giorno d’oggi coltivano. La mia famiglia coltiva mais, manioca e fagioli.

I pasti si consumano sempre uomini separati dalle donne, i guerrieri hanno un vero e proprio codice di comportamento da seguire (non possono mangiare carne a casa ma solo nella foresta, solo per fare un esempio). E ci sono dei riti di passaggio e celebrazioni a cui spesso ho assistito ( non solo da spettatrice ma a cui ho preso anche parte) con molto entusiasmo e aggiungerei anche con tanta curiosità e timore soprattutto all’inizio. Nonostante le tradizioni, la cultura ed una lingua completamente diversi dalla mia (si parla la lingua maa, diversa dallo swahili lingua ufficiale della Tanzania) mi sono sempre sentita a casa ed è proprio questa sensazione di pace e lentezza che amo. Questi luoghi mi fanno sentire parte di qualcosa di più grande e perfettamente sincronizzata con il ritmo del mondo. È qualcosa difficile da spiegare a qualcuno che non lo ha mai provato. È un ritorno alle origini, alle nostre radici, a ciò che veramente eravamo e che in fondo ancora siamo. È un richiamo primordiale ed irresistibile. È senso di appartenenza e forte legame comunitario perché qui non esiste il singolo ma una comunità in cui tutti si adoperano per l’armonia ed il bene comune. C’è poco, molto poco ma si condivide con chi ha ancora meno. Una visione completamente diversa dalla nostra, che da’ molto più valore alle persone, ai rapporti umani che alle cose materiali. Ed il rispetto incondizionato nei confronti degli anziani, visti non come persone diventate ormai inutili per la società, ma come fonte inesauribile di conoscenza ed esperienza e come punto di riferimento per l’intera comunità. Ecco cosa significa per me vivere (seppur per breve periodo, rimaniamo sempre per circa 1 mese) nella savana con la mia famiglia masai. Se dovessi descriverlo in pochissime parole senz’altro direi: ritorno alle origini, connessione con la natura, rapporti umani e senso di comunità.

Sicuramente non è facile adattarsi alla mancanza di elettricità, acqua corrente o di un bagno ma non è questo, secondo me, l’aspetto più difficile da affrontare. Piuttosto è quello sanitario. La mortalità infantile è molto alta e ho perso mia nipote di pochi anni a causa della malaria (la malaria è curabile e si diagnostica in modo molto semplice qui ma abbastanza pericolosa nei bambini e il ritardo di diagnosi può avere conseguenze irreparabili).

Turismo di massa, turismo d’elité. Di recente ho letto notizie che riguardando il governo della Tanzania in accordo con una società degli Emirati Arabi Uniti. Nel progetto ci sarebbe quello di cacciare più di 70.000 pastori Maasai dalle proprie terre per trasformare la zona in un’area dedicata al turismo d’elité con resort di lusso e area di caccia. Ne sapete qualcosa a riguardo ? Sta davero succedendo tutto ciò? (uno degli articoli di riferimento é su @lindipendente.online)

È successo in passato e succederà ancora. La famiglia stessa del mio compagno era originaria di un’altra zona (al confine con il Kenya) ma a seguito dell’istituzione di un parco nazionale hanno dovuto lasciare la loro terra. Il governo ha concesso loro terreni dove poter migrare e dove tutt’ora risiedono

Vivere ad impatto 0. Vivere con lo stretto necessario. Dalle tue storie su Instagram si vedono scorci di vita quotidiana: dal fare la lavatrice a mano all’acqua corrente non sempre disponibile e a costruirsi una casetta fai da te. Parlaci delle abitazioni ad impatto 0 dei Masai e delle difficoltà che incontri quotidianamente nel vivere questa nuova vita .

Nel 2021, dopo vari peregrinaggi tra Italia e Tanzania abbiamo deciso di tornare nella nostra Zanzibar. Qui abbiamo ricominciato la nostra vita semplice e con lo stretto necessario. Viviamo in una casa local senza vetri alle finestre, con il tetto di lamiera e con poche comodità. Non abbiamo lavatrice, tv, forno e nemmeno un’automobile. Ci spostiamo con i bus locali e consumiamo quasi ed esclusivamente prodotti freschi e materie prime a km 0. Infatti prediligiamo frutta, verdura e riso sfuso (i nostri alimenti quotidiani) ai prodotti confezionati che si trovano nei supermercati. Oltre ad essere più sani ed economici riduciamo anche l’uso di plastica ed imballaggi che purtroppo qui sono un problema.

Anche a Zanzibar sebbene sia un’isola turistica spesso manca l’acqua corrente (che non viene erogata quotidianamente per cui c’è bisogno di una cisterna per accumularla) e spesso manca l’elettricità anche per tante ore consecutive. Nei resort invece la situazione è completamente diversa perché hanno generatori e pozzi per l’approvvigionamento dell’acqua quindi da turista ,spesso, non si percepiscono i problemi reali dell’isola perché si vive una realtà edulcorata e ovattata rispetto al resto della popolazione locale.

Ancora più problematica è la situazione nella savana, dove vive la mia famiglia, perché l’acqua è un miraggio e viene raccolta con i secchi dal fiume e dalle pozze. Spesso è fangosa ma è l’unica disponibile per cucinare e anche per bere. Per ricaricare i telefoni esistono negozietti locali con pannello solare dove portarli e lasciarli in carica. Ciò che amo molto della savana sono le case ad impatto zero, realizzate con fango e sterco, tetto di paglia e scheletro in legno legato da corde naturali. Negli ultimi anni la paglia del tetto è stata sostituita (per chi ha la possibilità economica) con la lamiera che permette un isolamento migliore soprattutto nella stagione piovosa. Noi nel 2018 abbiamo costruito una piccola casetta in mattoni di argilla (impastati e cotti sul luogo) con sole 3 stanze: una per mia suocera, una per noi quando andiamo in visita e l’altra utilizzata come magazzino dei sacchi di mais proveniente dai campi della famiglia. Le case in fango e sterco sono realizzate dalle donne masai, solitamente non hanno finestre ma solo piccole aperture per permettere al fumo del focolare dove si cucina di uscire. Sono fresche durante il giorno (mentre fuori fa caldo) e calde durante la notte quando le temperature esterne scendono.

I giacigli dove dormire sono rialzati da terra e realizzati da rami più grandi conficcati tra una parete e l’altra. La pelle di mucca di solito è l’unico materasso utilizzato (anche se negli ultimi tempi chi può compra piccole stuoie o materassi, come abbiamo noi nella nostra camera).

Interessante notare che ci sono differenze nella tecnica di costruzione delle abitazioni tra zona e zona/tribù ecc. Nel boma della mia famiglia ad esempio il tetto è spiovente mentre in altre zone non troppo lontane è piatto e realizzato in fango e sterco come il resto della casa, poi ricoperto di paglia.

Dopo la casa il negozio. Raccontaci della tua attività a Zanzibar

Il 2021 ha portato tanti cambiamenti alla nostra vita, tra questi anche la realizzazione del mio piccolo grande progetto: il sogno di aprire la mia attività artigianale Made in Zanzibar è finalmente diventato realtà ! In Italia mi sono formata nel settore moda, ho lavorato nella sartoria e tappezzeria, che non solo sono il mio lavoro da 15 anni ma anche la mia più grande passione. Creare, cucire, disegnare circondata da tessuti, colori e mille idee è da sempre il mio mondo. Qui ho unito l’amore per la creatività ai bellissimi tessuti wax, batik e kanga (tipici della tradizione femminile swahili) per dare vita a qualcosa di unico, originale ma soprattutto a qualcosa di interamente realizzato a mano con grande passione, amore ed in collaborazione con gli artigiani locali. E grazie anche ad un’altra collaborazione: quella con le artigiane masai abbiamo creato anche una piccola produzione di gioielli masai di perline colorate, marchio distintivo di questa fiera tribù della savana.

Se volete scoprire di più vi aspettiamo sulla pagina Instagram del nostro shop Miss Zanzibar Boutique!

Viaggiare / espatriare con i figli. Troppo spesso leggo testimonianze di famiglie che dichiarano quanto sia infattibile poter cambiare vita o viaggiare a lungo termine per via dei propri figli, del loro mantenimento o semplicemente per il loro apprendimento (come se frequentare l’asilo sia l’unica soluzione fattibile per il miglior apprendimento scolastico del bambino o come se non esistessero delle scuole online in grado di formare un bambino dalla prima alla quinta elementare. Un esempio palese sono @likemiljan). Condivido e non condivido il modello occidentale ma vorrei sentire un tuo parere a riguardo, raccontandoci della vita a Zanzibar di tua figlia, delle lingue che sta apprendendo e come si sente a vivere una vita diversa.

Io credo che la miglior scuola sia innanzitutto la vita e l’esperienza nel mondo. Certo l’istruzione è fondamentale ma esistono anche modi alternativi di frequentare la scuola. Attraverso i social infatti ho scoperto modi di vivere totalmente differenti: intere famiglie che vivono e viaggiano in giro per il mondo facendo homeschooling. Mia figlia, ad esempio, dovrebbe essere all’ultimo anno di asilo ma non lo frequenta (e non lo ha nemmeno mai frequentato causa covid) ed al momento è seguita da me: sa leggere, scrivere, fare sottrazione ed addizioni a due cifre, parla italiano come madrelingua, un po’ di inglese e un po’ di swahili. Vive libera e felice. È figlia di due mondi, culture e continenti. Impara e apprende da tutto ciò che vede intorno, sa che esistono tantissime realtà, colori di pelle modi di vivere, usi e costumi differenti. È nata in Italia, per metà figlia della savana e vive in un paese musulmano, tra palme e oceano Indiano. Impara, rispetta e sazia la sua infinita curiosità. Sempre alla scoperta di nuovi orizzonti. Con i piedi nudi e l’anima vagabonda. E spero che continui a farlo.

3 parole (che possono essere 3 sinonimi o 3 aggettivi) su cosa é per te la parola VIAGGIO:

SCOPRIRE, CRESCERE, IMPARARE

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